È come uscito dal niente.

L'oggetto ha una forma sferoidale, non emette alcun suono.

Gli uccelli hanno smesso di volare improvvisamente.

L'oggetto si muove disegnando traiettorie triangolari, il movimento risulta totalmente innaturale, sembra che segua qualche tipo di linea o intersezione invisibile.


UFO UAP

La cerca del Graal

Sotto alla pioggia e alla devastazione, sprofondato nell’oscurità della notte, Filoverme giaceva. Il suo corpo affondava leggermente nel fango che gli freddava la pelle, a vederlo poteva sembrare un cavo gettato nel pantano, una cosa confusa come dei ciuffi di capelli luridi mischiati a una cartilagine di qualche genere.

Le braccia si estendevano fini e rachitiche, ricoperte di vene che affioravano gonfie e scurite, la schiena era una massa ossea dura e allungata che poi si stringeva in un modo quasi impossibile. A parte la testa e le estremità degli arti, la cosa che si notava di più era il cuore, grosso e ipertrofico si dilatava per poi stringersi privo di ogni difesa, coperto solo da una membrava di pelle che lo nascondeva appena.

La pioggia gli martellava la carne e la fanghiglia si alzava e con lei sembrava alzarsi anche il buio, la notte da cui aveva scelto di farsi ingoiare, aveva freddo ed era stanco, di una stanchezza da cui non ci si può più rialzare.

La manna, la sostanza della santità

 Sgranò gli occhi, aprì la bocca perché non riusciva a tenerla chiusa, percepì allora la santità. Era come una sostanza, era il materiale dei santi, il fluido delle estasi, era connesso al dolore e a un qualche cosa che riusciamo a fare col cuore, era parte di noi, dei gatti, dei cani, degli insetti, di tutte le cose che sono qui, che soffrono e si distruggono, che stanno sull’orlo della morte e del lutto.

Guarda, riuscì a dire con la voce come sonnambula, la vedi? Sono qui, è il posto giusto. Ma l’altra dormiva, vedeva la sua testa con i capelli neri, il luccichio dell’unto, il pallore della sua carne sottile, passita, appiccicata alle ossa come fosse un’ostia.

Il lupo e il cavallo bianco - Palude, Uduvicio Atanagi


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C’è un lupo. Disse la voce.

C’è un cavallo bianco.

Il lupo è un bambino crudele.

Il cavallo è un ragazzo selvaggio che non corre più.

Noi siamo terra fertile per quello che vogliono loro.

Il bambino è ingordo, vuole sempre di più.

Il bambino è un lupo e i lupi hanno sempre fame.

Guardati dal lupo, guardati dal cavallo bianco.

C’è un terzo bambino, il più spaventato di tutti.

Il lupo sente il suo odore, ma sente anche il tuo.

Tutti vogliono mangiare, tutto mangia, è la natura delle cose.

Capisci, Teresio?

Fa molto più buio di quello che pensi.

I sistemi di difesa del Devoniano

Esoterismo misteri occulto devoniano acritarchi

“Gli esseri umani, ma anche tipo i gatti e altri animali, usano delle tecniche per non esplodere, parlare, fare le fusa, strusciarsi, delle volte permette una trasmissione, scarica una pressione interna potenzialmente letale all’interno di un altro organismo che accetta volutamente o meno di prenderla. Creature come Bianchissima, non sono dotate di questo sistema, accade così anche a certe forme di vita astrale, cose perdute nell’universo o nei grandi oceani, esseri unici che provano emozioni frutto di vicoli ciechi incondivisibili. Quello che io sto facendo adesso, è infinitesimamente più piccolo di quello a cui Bianchissima ambiva in quel momento. E se ti chiedi se magari non avrebbe potuto parlare con me, posso dirti che nemmeno io la capisco, che quello che ha dentro, potrebbe spazzare via anche queste parole, entrarti negli occhi e incendiarti la mente fino a farti saltare il cuore.”

La maternità di Rita, Bianchissima, estratto

“Con uno sgraffio le squarciò le guance, con l’altro le fece una striscia rossa lungo la cute. Chiudeva i pugni e glieli scaricava addosso fino a rompersi i polsi. E mentre lo faceva piangeva, la bocca piegata all’ingiù, gli occhi ormai privi di luce che si muovevano ossessi cercando qualcosa, forse una parte di lei da distruggere, forse l’idea che distruggendo quello specchio di carne, potesse in qualche modo punirsi o redimersi, forse una traccia di lui, quei punto dove finiva Bianchissima e cominciava suo padre”.

Quello che succede nell'ospedale, Bianchissima, estratto

“Scoprì quella notte che l’ospedale aveva più di una vita segreta. Da feritoie e buchini, vide una serie di incontri feroci, orge che si consumavano tra medici e infermiere, pazienti paralitici trasformati in giocattoli erotici da fameliche dottoresse. Vide un gruppetto di dottori e membri della sicurezza, violentare a turno una ragazza in stato vegetativo, e ancora gli scatenati rapporti che si consumavano in sala operatoria, dove una possente anestesista faceva giochi di aghi e di vene su infermierette e dottorini che si eccitavano fino ad esplodere in orgasmi stridenti tra clisteri, farfalline e punture”.

L'illusione della scienza

“La fisica dell’universo, le leggi del cosmo e del nulla, sono ben più complesse del concetto di ripetibilità che abbiamo innalzato a divino con il metodo scientifico. La scienza del ripetibile non può comprendere o accettare il caos, ed è nel caos in cui sguazziamo, e tutte le leggi matematiche e le intuizioni dei fisici e degli occultisti, non possono nulla dove non esiste uno schema, dove niente si ripete mai più. 

Mi chiedo come abbia fatto Rut a capirlo, non l’ho sentita pensare il suo piano, forse lo faceva di nascosto anche a me, e a tutti gli altri, forse lo faceva fin da piccolina, quando agitando le pinne era uscita dall’utero magro di Rita, o forse è stato un impulso improvviso, un atto estremo d’amore, l’unica costante, l’elemento che trafigge le infinità dei mondi, che dilaniandosi il cuore, riesce a cucirle insieme”.

Faccia di Teschio incontra Vampiro poco dopo la trasfusione - Bianchissima, terza revisione

Lui la guardò triste, sembrava essersi un po’ ripreso, ma si vedeva che era debolissimo, e Faccia capì perché per poco Mostro non l’aveva ammazzato e anche perché era stato sopraffatto da Gnomo. Stava male, come non era mai stato, perché nonostante tutto, anche loro, come me, come te, pensavano di vivere in una specie di eterno presente, dove anche se sai che devi morire non muori mai, e dove tutto quello che ami rimane in eterno, non riesci a credere che lo perderai. 

DIMMELO. 

Chi è che urla? Di chi è questa voce, questo strillo nasale che esce dalle viscere di uno scheletro. Chi possiede una gola così grossa? Chi è così disperato da lanciare una lama che taglia la notte, che gli rispondono gli uccelli lontani, a stormi che adesso volano bassi come sciami di mosche, che si posano sui fili della corrente, sulle antenne dei cellulari, che contemplano le distese di uccelli morti nel bosco che nessuno ha ancora visto, che le troverà un cacciatore, tra giorni, che li osserverà, chiedendo smarrito al cielo come se il cielo potesse rispondere, e sarà solo buio.

L'ospedale, Bianchissima, estratto


Nel piazzale dell’ospedale, l’uomo catalogò uno ad uno i suoi talismani. Studiò con nostalgia i più antichi e preziosi, in particolare la lettera dell’assistente sociale. Pensò di potere ancora andare, ammantato di buio, scomparire dopo aver stretto il patto, lasciare le ragazzine, Sepolta, dimenticare ogni cosa. Lo pensò più che altro per far finta di decidere lui, per trovare la forza di muovere un altro passo.

L’ospedale incombeva sopra di lui e guardandolo, la sua forma gli fece venire in mente un enorme chiodo, sovrappensiero cercò un gigantesco martello che ne colpisse la cima, con l’amigdala trovò invece la mano, al centro del quale si conficcava.

Entrò dentro, salutando con un cenno l’infermiera del turno di notte. La donna lo guardò come capisse ogni sua emozione e per un attimo lo zio provò il desiderio di fermarsi, di dirle tutto, mettersi a piangere, lasciarsi stringere e piangere ancora.
Si infilò dentro a un corridoio, trovandosi a camminare tra le file di moribondi, dita grinzose che lo toccavano, unghie dei piedi che lo artigliavano, come avanzasse nella terra dei morti, come lo accogliessero, lo conducessero dentro alla malattia. Sentì la febbre salirgli, la fronte scottare, pesargli sugli occhi. Continuò a camminare per corridoi interminabili, respirando l’odore di chiuso e di marcio, scoprendo per la prima volta la reale estensione dell’ospedale.

Trilobiti, Bianchissima, estratto

 


Bianchissima raggiunse il letto come un fantasma, ci si rannicchiò dentro senza levarsi le bende. Lo zio rimase sul divano ad osservare la terra senza confini, una distesa disabitata, animata solo da forme primordiali, il loro pensiero in una lingua insettoide e animale, un suono gutturale che conteneva in potenza ogni cosa, vide le cinque estinzioni, sfiorando con le dita il portafoglio vuoto, lo zigomo tumefatto, la crosticina tra la guancia e la palpebra.
Quella notte sognò di essere un trilobite anche lui, nuotava dentro a un mare nero, privo di qualsiasi forma di vita, la prima forma oceanica, la prima massa di acqua popolata soltanto da putrescenza, alghe che si tendevano come dita mangiate dai pesci. La sua mente era fredda, il suo corpo durissimo, aveva delle bolle dolorose sotto le croste del guscio e le zampette tutte storte che gli impedivano di nuotare come voleva. Forse era un vicolo cieco, uno di quegli esseri sbagliati che nascono unici, eppure nuotava in quella solitudine immensa, cercando un rifugio, una qualche forma di amore, qualcosa di simile a lui.


Le stelle, Bianchissima, estratto

 Piano piano, i ragazzini e le ragazzine iniziarono a raggrupparsi, a chiudere gli occhi e alzare il mento verso il buio su in alto, a cercare altre mani.

Bianchissima si ritrovó accanto a Scabbiosa, una ragazzina con una malattia della pelle terribile, al suo fianco vide che Gnomo si teneva in disparte, era imbarazzato, forse terrorizzato, gli porse la sua mano bendata, le dita che fuoriuscivano gialle dalle garze sdrucite.
Vampiro indietreggiò, vagò tra i bambini con gli occhi chiusi e alla fine si trovò accanto a Gnomo, lo studiò, poi gli prese la mano pelosa.
Si ritrovarono così tutti lì, sul tetto dell’edificio C dell’ospedale, la città ai loro piedi come una distesa infinita, le mani dentro le mani che si sudavano contro, tremavano, si grattavano i palmi.
Le vedete? Domandò Faccia di teschio.
Cosa? Disse qualcuno.
Come facciamo a vedere con gli occhi chiusi? Domandò un altro.
Io le vedo, squittì Rachitica, una ragazzina che sembrava un uccellino di quelli che muoiono cadendo dal nido.
Cosa vedete? Domandò Braccino.
Anch’io, disse esaltato Ciclope, un ragazzo a cui avevano asportato un occhio per una infezione del nervo ottico.
Polletto aprì gli occhi, si guardò intorno, di cosa parlate? Starnazzò agitato. Cosa vedete?
Una ragazza che sembrava piccola ma aveva vent’anni lo osservò per un attimo, gli fece cenno col mento indicandogli il cielo, sorrise e poi chiuse ancora gli occhi.
Quando Polletto si mise di nuovo in posizione, gli venne quasi un infarto. Dentro alla testa, aprendo delle altre palpebre dentro al cervello si ritrovò a contemplare un miliardo di stelle.
Una galassia sconfinata si contorceva nel cielo, stelle mai viste, costellazioni impensabili, puntini di pura luce circondati da nebulose violacee, gialline, masse di blu intenso, colori metallici e oscurità assolute.
Sono… sono… disse una voce femminile.
Sono bellissime, disse un pigolio dal fondo del gruppo.
Bianchissima si riempì di gelo, sentì la mano viscida di Gnomo stringere forte la sua, come se si reggesse, come quel cielo potesse risucchiarlo, catturarlo dentro alla sua atmosfera. Il dolore, la sofferenza, il suo strato di solitudine che adesso prendeva forma come un sacchetto in testa che ti toglie il respiro, si disciolse dentro alla vastità di quel cielo, liberando emozioni purissime, masse incrostate dentro al torace che si dissolvevano come il calcare in quelle pubblicità delle pastiglie per la lavastoviglie. Un grande gelo la accolse e poi diventò un grande calore, un senso di libertà che la terrorizzava.
Un vento leggero attraversò i loro corpi, un tremore, simile a un brivido gli scivolò sulla pelle. Sotto a miliardi di pianeti e triliardi di stelle, continuarono a tenersi per mano, se le strinsero ancora più forte.

La magia, Bianchissima

Poi, all’improvviso, l’effetto della droga si affievolì, facendoli tornare nel mondo. Cioè non lo fece all’improvviso, ma a un certo punto Soffietti si sentì più normale, e sentì il peso del turbante sul collo che gli indolenziva la muscolatura, il sesso che gli doleva, un pizzicorio all’intestino e un prurito sopra a una vertebra. Si accorse di quanto era stanco e desiderò dormire, spengere tutto, sparire. Non era andata come voleva, ma non poteva sempre andare come voleva, e delle stranezze, delle visioni, cosa importava? Una volta allargato lo spettro della realtà, diventa solo altra realtà, non cambia niente, e una vomitata di ectoplasma lascia il tempo che trova, non colma alcun vuoto, diventa routine come chi vive di profezie o chi è caduto in un inferno sincronico. La più grande magia non cancella alcuna tristezza, la rende solo più immensa, e fa sentire l’universo ancora più vuoto, il cuore più solo.

Bianchissima, verso l'abisso

 Ma se la forza che fino ad adesso Cicero potrebbe aver pensato di ingannare, e forse io stesso, gettandole fumo negli occhi, tessendo parola dopo parola una splendida veste dove intrappolarla, e magari trovandomi costretto a chiedere aiuto a te, e a tutti gli altri te che in questo momento sospeso nel tempo stanno, consapevoli o meno, combattendo la mia battaglia, se questa forza contraria avesse intuito il mio piano, la defezione di Cicero, l’attacco malinconico e fragile del suo avversario, di ciò che più teme nel cosmo, e avesse attivato i suoi agenti, manipolando magari me, infettandoti i sogni chi sa quando, e in che modo, facendoti vomitare degli incubi neri dentro quelli che erano fragili cuori, come Bambina, oh eccola lì, guardala, che adesso deglutisce, che non ha più fiato, socchiude le labbra rossissime, gli occhi grossi che sbattono lucidi, in un misto di eccitazione e terrore. E dietro di lei Gnomo, che arranca, si trascina la Gobba, che la tira per il vestitino senza che lei se ne accorga, guarda i suoi occhi, guarda il momento in cui cambiano, adesso che vede là in mezzo al cerchio, e quella flebile immagine, quello specchio del niente dove noi ci specchiamo, diventa ancora più storta, ancora più nera.

Il motivo per cui c’è ancora luce, Bianchissima

 “Gli prese le mani, e gliele strinse, facendogli sentire forte la chiave nel palmo, le sue dita che erano come una frequenza pesante, gli occhi che ormai grondavano lacrime catramose.

La ragazzina doveva morire, disse Il dottorino. Ma a quanto pare, è stata salvata da una serie di atti insensati, da un amore furioso che nemmeno Il nemico può controllare. Siamo in uno di quei momenti, sull’orlo del precipizio, ma per qualche motivo continuiamo a non cadere giù.”

Thomas Dylan, traduzione imperfetta di Uduvicio Atanagi

Non scendere lieve dentro alla buona notte che viene.

Rivoltati, infuriati contro alla luce che muore.
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Do not go gentle into that good night,
Rage, rage against the dying of the light.

L'aldilà - Bianchissima, Uduvicio Atanagi, in scrittura

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Gli sembrò, al lato della strada, di vedere una processione di signore eleganti, scivolavano in fila, i volti troppo bianchi, come fossero coperti di gesso, i movimenti come non fossero veri, qualcosa che prova in tutti modi a sembrare umano, sempre sull’orlo di disvelarsi, di mostrare un dettaglio sbagliato, un’orrenda stortura. Poi la sua faccia prese a mutare dentro al riflesso del finestrino, si contorse, fino a diventare quella di sua sorella. Sentì un brulicare dentro alla pancia, sentì Bianchissima contorcersi sulle sue gambe, stringergli la maglia dentro alle dita. Si ritrovò allora immobile, con la paura che scomparisse, ad osservare quegli occhi che gli sembravano vivi, gli zigomi aguzzi e taglienti, come li avessero scolpiti con delle picconate, e quei dentini davanti che non le stavano mai dentro alle labbra, che provava sempre a nascondere ma uscivano fuori. 

Carezzò il vetro, e per un istante non gli sembrò vetro ma pelle, una carne fredda e umidiccia, con un tepore dentro, che si sentiva appena, come quando da piccoli giocavano nel cassettone del letto di camera sua. Nel buio assoluto, un bagliore si accese accecandolo. Anche il responsabile del progetto si parò gli occhi, iniziò a rallentare, sterzò, dirigendosi verso quella fonte di luce che galleggiava nel vuoto, i fari che in certi momenti si affievolivano, quasi lo spettro luminoso non funzionasse più bene, o un telo di qualche genere ci passasse davanti, facendo ondeggiare la realtà, distorcendola.

La P.S.I., Wilhelm Reich, e il programma di controllo mentale italiano - Bianchissima - Uduvicio Atanagi - in scrittura


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Molti degli operatori di controllo mentale dello P.S.I., così come gli scissionari della sempre più rampante Intelligence nera, avevano progettato per anni la loro versione di dittatura.

Alle cene nelle ville toscane, durante gli incontri nelle cosiddette stanze nere, l'idea comune era che il controllo non sarebbe arrivato implementando uno stato di polizia, ma attraverso una serie di comodità, creando un sistema di dipendenza dell'individuo che prometteva anzi di liberarlo da quell'oppressione.

Prima ci sarebbe stata una grande destabilizzazione, poi un grande sollievo. L'obiettivo finale, attraverso la costruzione di nuove narrative, traumi indotti e progetti di distruzione della corazza caratteriale basati sugli studi di Reich, era quello di spingere la popolazione verso un sistema chiuso, farcela entrare in modo volontario, farli sentire addirittura orgogliosi, felici, e soprattutto liberi.

Iniziarono così a lavorare a progetti di deviazione della narrativa, a sviluppare strumenti di codificazione del pensiero. Per un certo periodo, vennero interpellate anche persone come Neda, Pidocchiosa, il Mago Soffietti, un'umanità fatta di cartomanti, sensitivi, crowleyani dell'ultima ora, ciarlatani e stregoni.

Nelle sale operative dell'edificio, a Sepolta, come era accaduto secoli prima, al tempo dei primi santi, si lavorò in particolare all'utilizzo dei simboli, fino a creare quelle che, in un dossier di quello che restava del KGB, vennero definite armi perfette.

L'amplificatore di questi strumenti, sarebbe arrivato solo anni dopo.

Il lutto, il dolore, la santità - Bianchissima - Uduvicio Atanagi - In corso


Uduvicio Atanagi foto da la Jetee scrittori horror weird esoterico fantascienza fantastico italiani



Fu il pelato il primo a parlare, lo disse con un filo di voce, lanciando un'occhiata dal basso all’alto ai suoi due compagni.

Ma è giusto così, disse. È così che funziona, siamo qui per pagare qualcosa.

Il baffuto lo guardò a lungo, e sembrò dai suoi occhi che avesse capito qualcosa, che con le mani avesse afferrato una verità che allo zio ancora sfuggiva, perché lo zio adesso vedeva solo l’oscurità, e il dolore, come una distesa infinita che permea ogni cosa, un telo spesso, pesante, di quelli che puzzano e bucano, che schiacciava tutti, li soffocava, dal quale non si poteva uscire, e come un mare sbucavano solo le impronte delle bocche aperte, in cerca di aria, con la gola che si riempiva di peli, fino a tapparsi, e gli urli che uscivano solo smorzati, che si sentivano appena, soffocati da quella copertona di nero.

Tutto era perdita, fallimento, sconfitta, e dove finiva il reame del lutto, iniziava quello degli agnelli e dei loro aguzzini. Vedeva adesso gli occhi dei bambini, i nasi mocciosi, gli sguardi terrorizzati ormai privi di luce, sentiva adesso la loro sofferenza, che come un segnale si connetteva a tutte le sofferenze del cosmo, al lamento disperato della mucca impaurita che vede il figlio sgozzato al macello, che aspetta il suo turno, all’animale che morde le sbarre della sua gabbia lurida, che non capisce perché gli fanno del male, alle bestie mangiate vive, lasciate mezze sbudellate nel bosco, senza una zampa, le interiora che si riempiono tutte di insetti.

Sentiva la fame dei predatori, lo spavento triste delle prede, la contorsione schifosa delle anime degli omoni, degli assassini, dei torturatori, la trasformazione degli uomini in mostri, lo spezzarsi di innumerevoli ali, il modo in cui il candore, diventava buio e putrefazione. E gli sembrò di essere cieco. E lo fu.