La stazione meteorologica - Bianchissima - Uduvicio Atanagi - Estratto


Vorrei che fossimo felici, disse, gli tremavano le labbra, gli veniva da ridere e da piangere insieme. Ma non so come, non so proprio come si fa.
Si fermò sul ciglio della strada, Rut ciondolava avanti e indietro e l’uomo capì che stava captando una nuova stazione di Radio Rut.
Bzzzzzzz, disse la ragazzina. Paura, luce, anticiclone.
Poi cominciò a fare dei versi terribili, dei rumori con una voce profonda, glorocgucuc, rac rac, rok.
L’uomo però non la ascoltava più, adesso i suoi occhi erano fissi sull’edificio che sovrastava la città. Lo vedeva lontano, come un’avanguardia di un qualche cosa che non riusciva a comprendere, la luce che lampeggiava da una finestra al penultimo piano. Due lampi rossi, uno verde, uno giallo, forse bianco. Ancora, una seconda sequenza, più rapida. 
Tutto intorno gli animali avevano smesso di fare rumore, anche le foglie, i fili d'erba, le piante. Tutto era puro silenzio, una bolla di vuoto che li avvolgeva, dove sembrava che galleggiassero.
L'uomo dovette sforzarsi per staccare lo sguardo dall'edificio, gli sembrò di svegliarsi, di resistere a uno stato di ipnosi.
Anche Rut aveva smesso di parlare, osservava la struttura anche lei, la testa piegata come cercasse di cogliere quel qualcosa che a lui era proibito.
L’hai vista anche te? Domandò l’uomo.
Si accucciò di fronte alla carrozzina. L’hai vista? Hai visto le lucine? 
Rut continuava a guardare alle sue spalle, come se l’uomo non esistesse più. Come si fosse sintonizzata.

Qualcosa come soffocare per sempre.


Su questa nave c'è un'immensa solitudine. 
A un certo punto mi hanno fatto tirare fuori delle cose che nascondevo dentro, le avevo nascoste bene ma nel buio si erano illuminate e allora ho mostrato tutti i miei punti deboli e adesso non riesco più a rimetterli dentro, penzolano, sgocciolano, mi fanno schifo. 
Certe volte ululiamo alla luna con la bava alla bocca per poi provare ad appoggiarci dove prima c'era qualcosa di caldo e adesso c'è il vuoto e nell'istante dell'appiglio rimane solo una specie di frana dove si casca e basta, tutti, legate con le catene, quello davanti che ci trascina sul fondo, quello dietro che ti spinge, che per emergere ti tiene sott'acqua.
Dopo poco sei a terra con le labbra spaccate. 
Il sapore del sangue è dolce e sa di metallo, le lacrime sono salate e ricordano il mare, però un mare scuro, un mare illuminato dal pallore di una luna irreale, una specie di luna che appartiene ad una dimensione di sogno, di streghe e licantropi, fatta di preghiere sussurrate e linee di sale su tutte le soglie per non fare entrare gli spiriti, i mostri.

Nell'ultima macelleria della galassia ci sono esposte delle mucche di razza chianina, i loro corpi sono appesi a delle strutture metalliche, i loro corpi sono immensi, sproporzionati. Alcune sono vacche adulte altri sono giganteschi vitelli, gli occhi gonfi, scurissimi, che gli escono dalle orbite. 
Rimango a fissarne una, deve avere pochissimi giorni, sul muso ha un'espressione di orrore e paura, una disperazione profonda, qualcosa di feroce, qualcosa come una fuga impossibile, qualcosa come soffocare per sempre.

La fine dell'innocenza

Qualcosa mi svegliò nel cuore della notte.
Mi alzai a sedere con le coperte che mi coprivano fino al petto mentre un leggero freddo scivolava sulla parte nuda del mio corpo. Mi guardai intorno, cercai di vedere meglio, di osservare la figura che si trovava a pochi metri da me immersa nella penombra ma leggermente illuminata dalle poche luci che filtravano dalla finestra. Quella cosa era vicina, così vicina da potermi quasi toccare.
Inorridii.
Mi sentii cogliere dal panico, rimasi immobile per minuti con le coperte sopra la testa, tremando, nella speranza infantile che quel centimetro di lana potesse proteggermi, nella speranza che una volta aperti di nuovo gli occhi quella cosa sarebbe scomparsa.
Passò del tempo, abbassai il lenzuolo e detti un’altra occhiata: pensai che stessi sognando, o che almeno fino a pochi minuti fa avessi sognato, guardai.
La cosa era ancora lì, immobile, non c’era dubbio che fosse lì, adesso la vedevo chiaramente, deve essere morta, qualsiasi cosa sia, pensai, deve essere morta.
Cercai di rimanere immobile, cercai di svegliarmi, ma alla fine mi resi conto dell’impossibilità di sfuggire a quella presenza, potevo rimanere lì anche per ore ma prima o poi avrei dovuto andare in bagno o mangiare o comunque spostarmi, rimasi a riflettere ancora un po’ e alla fine decisi di affrontarla.
Sgusciai fuori dalle coperte con cautela e mi sporsi con la testa dal fondo del letto, allungai il collo cercando di tenermi ancorato al materasso, cercando di evitare il contatto col terreno, la mia vista si abituò al buio, guardai ancora e fu allora che la vidi.
Stava lì, vicino all’armadio, illuminata dalla luce della luna che filtrava dalla finestra.
Era piccola, della statura di un bambino. La pelle era nera, un nero puro, irreale.
Ai piedi portava un paio di scarpette, un vestitino rosso con le bretelle copriva il corpo immobile, le mani erano avvolte da due grossi guanti bianchi e la testa… la testa era grande, rotonda, con due orecchie enormi, orecchie da topo.
Ero sicuro di essere impazzito. Allungai la mano e la toccai, o meglio lo toccai…
Mi accorsi che era freddo, freddissimo.
Lo toccai ancora e mi resi conto che quel coso, qualsiasi cosa fosse, era fatto di carne, di una carne che non avevo mai sentito o immaginato ma che era comunque una qualche forma di carne, lo toccai ancora e ancora fino a confermare la mia supposizione, era morto.
Se era morto, pensai, doveva essere stato anche vivo. Mi dissi che non poteva essere lui, eppure sembrava proprio lui, ma come poteva essere lui e poi come faceva ad essere morto se non esisteva nemmeno?
Mi detti uno schiaffo pensando ancora che stessi sognando, me ne detti un altro e decisi che, se al terzo non mi fossi svegliato, avrei potuto considerarmi definitivamente pazzo. All’improvviso udii un altro colpo simile a quello che mi aveva svegliato.
Veniva dalle scale, era stato un tonfo sordo, come qualcosa di vuoto che cade contro un qualcosa di vuoto.
Attraversai il corridoio cercando di non fare rumore e fu allora che lo vidi.
Era steso in maniera scomposta per le scale, sembrava un burattino, un burattino rotto.
Aveva in testa il suo cappello rosso, la sua camicetta aderente a sua volta rossa gli avvolgeva il corpo esanime, ai piedi portava due buffe scarpe ma quello che risaltava era il naso, un naso enorme, deforme. Era chiaramente chi pensavo, era lui, sì era lui e anche lui come l’altro era morto.
Rimasi a riflettere sul da farsi, ormai certo di essere pazzo.
Mio figlio dormiva in camera sua, era il mio turno. Altri due giorni e avrei dovuto portarlo da mia moglie (la mia ex moglie).
Decisi comunque che non era il caso di svegliarlo, soprattutto viste le allucinazioni di cui ero preda. Cercai di ricordare che cosa potessi avere mangiato o esattamente chi e per quale motivo mi avesse drogato. Poi pensai alla pazzia, alla seduzione della pazzia, se ero diventato matto allora dovevo accettarlo, è così che si diventa pazzi? Così dal nulla, in camera tua, sei lì che dormi poi zac, quel topo ti muore davanti? È davvero così? Mi venne da ridere, poi mi venne da piangere o forse da urlare ma non feci in tempo a decidere perché i miei pensieri furono interrotti da un altro tonfo, il terzo.
Mi resi conto che non sarebbe stato l’ultimo, è come se stesse piovendo, pensai.
Scesi in salotto evitando la carcassa che stava ancora là, sdraiata sulle scale.
Avevo bisogno di bere qualcosa.
Sul pavimento, muso a terra, c’era un papero, un papero dalle fattezze umanoidi con un buffo vestito da marinaio che gli avvolgeva il corpicino straziato.
Lo scavalcai fino a raggiungere la madia, presi una bottiglia di whisky e ne versai due dita.
Ci furono un altro tonfo, un altro e un altro ancora e poi qualcosa, come una esplosione, seguita da allarmi d’auto e sirene della polizia.
Mi fiondai fuori per capire cosa fosse successo e scoprii che un elefantino di dimensioni medie con in testa un improbabile cappellino si era schiantato su un’auto, distruggendola.
Fu quando vidi il mio vicino di casa osservare sconvolto quella cosa che capii la gravità della situazione.
Ci guardammo negli occhi, indecisi se parlare o rimanere in silenzio.
Lo vedi pure tu? Mi domandò.
Annuii mestamente.
Hai visto gli altri? Domandai.
Questa volta fu lui ad annuire.
Ne ho seppelliti sei in giardino, disse. Però continuano ad arrivare.
Anche suo figlio dormiva, sua moglie invece ci osservava preoccupata dalla finestra, la vidi, i nostri sguardi si incrociarono e lei mi salutò con la mano senza cambiare espressione.
Lo invitai a casa mia per discutere la situazione.
Ammassammo le carcasse in garage e, davanti a un bicchiere di whisky e una sigaretta, iniziammo a confrontarci.
Hai visto in tv? Domandò lui.
Io rimasi in silenzio poi scossi la testa, temendo ciò che mi aspettava.
Senza dire niente prese il telecomando e accese il televisore.
Il telegiornale in edizione straordinaria mostrava militari che ammassavano montagne di corpi nelle discariche.
Montagne di topi, orsetti, paperi, conigli, bambole, maiali, bambine dalle fattezze deformi e con teste e occhi enormi, carcasse di ragazzi muscolosissimi con i capelli a punta, il fango si mischiava ai corpi sporcando i loro colori accessi, il cielo era nero ma luminoso, di una luminosità orrenda che sembrava un presagio, un presagio che accarezzava le maschere antigas dei soldati, le tute anticontaminazione, le camionette, i blindati dell’esercito, la voce della giornalista scompariva di fronte alla forza delle pale degli elicotteri, in lontananza si vedevano fosse comuni e roghi che si estendevano con il loro alone rossastro fino alla linea dell’orizzonte.
Il bicchiere mi cadde di mano.
La presentatrice parlava a perdifiato facendo ipotesi, gli ospiti in studio cercavano di imporre la loro opinione, c’erano scienziati, occultisti, psicologi, soubrette, politici… e intanto le immagini dei corpi in fiamme riempivano lo schermo. Si vedevano soldati in maschera antigas, intenti ad accumulare e bruciare e poi file di camion che arrivavano in una lenta processione, come un scia nera di formiche che si perdeva nell’oscurità.
Inviati da tutte le capitali mondiali riportavano le stesse notizie: era così a Tokyo, a Berlino, a New York, era così anche in Siria e in Iraq, giravano video di terroristi intenti a pregare di fronte alle cose che cadevano dal cielo, vecchi pastori afghani che mostravano le carcasse accumulate nei villaggi, era così in Africa, era così ovunque, in ogni luogo, il mondo si stava riempito di quella roba.
Uno strano signore con i capelli bianchi continuava a parlare di qualcosa legato agli archetipi mentre gli animi si scaldavano e nascevano discussioni mal giostrate dal presentatore.
Spensi il televisore.
Mi sedetti e buttai giù un altro bicchiere, tutto d’un fiato, il liquido scivolò bruciante nella gola facendomi quasi lacrimare gli occhi, respirai forte e ne versai ancora.
Poi mi accesi un’altra sigaretta e tornai a parlare col vicino.
Tuo figlio dorme? Domandò lui col tono di chi sa qualcosa che tu non sai.
Annuii.
Dormono tutti, disse poi.
Tutti chi? Chiesi preoccupato.
I bambini, tutti i bambini del mondo. Si accese un’altra sigaretta e dette una grande boccata.
Dicono che è colpa loro, dicono che è qualcosa legato ai bambini.
Ci fu un altro colpo.
Ma non possiamo svegliarli? Domandai io preoccupato, del resto mio figlio era al piano di sopra.
Lui scosse la testa.
Non si svegliano.
Tonfo sordo.
Hanno provato in tutti i modi.
Tonfo sordo.
E sconsigliano di provarci.
Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo.
Dicono che potrebbe essere pericoloso.
Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo.
Lo dicono in TV e su internet, lo dicono ovunque.
Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo. Tonfo sordo.
E poi ci furono un boato e una luce, fortissima, che sembrò come accendere il cielo.
Ci precipitammo fuori, non solo noi, tutto il vicinato, tutta la città.
In strada c’era qualcosa di enorme e questa volta non era come gli altri, questa volta era qualcosa di vivo.
Cercammo di scorgerlo nel fumo, nella polvere, finché la sua forma immensa iniziò a delinearsi, fu allora che sentii le forze venire meno, fu allora che mi sentii crollare.
Un gigantesco smartphone di carne si stagliava con la parte dello schermo rivolta al cielo, ricoperto da seni, genitali deformi che si muovevano sopra la superficie o forse la pelle pallidissima di quella cosa, lo schermo bagnato vomitava in fiumi di fluidi dall’odore dolciastro vestiti firmati, tablet, sigarette, preservativi…
Lo schermo, quello schermo immenso, proiettava emettendo gemiti disumani filmati di stupri di gruppo, partite di calcio, pestaggi, decapitazioni, reality show, donne che ingoiavano enormi cazzi, bambini mutilati, bambini con la pancia gonfia di parassiti e ancora sesso e stupri e uomini bruciati vivi, donne vendute in gabbie e poi emoticon smile, corpi annegati, barconi carichi di persone ammassate come bestie, uomini e donne crocifissi, facce rifatte, tette, pubblicità di automobili, liquidi corporei che ricoprivano altri corpi fino ad affogarli.
Rimasi immobile, con la bocca spalancata, guardai il mio vicino e vidi i suoi occhi lucidi, vidi la sua bocca socchiusa, il volto che all’improvviso era come crollato per un terrore profondo che non riuscivamo a controllare.
Ci abbracciammo, di istinto, come per proteggerci l’un l’altro, come se fossimo diventati due bambini.
Ci abbracciammo forte, mentre la cosa continuava ad avanzare, inesorabilmente, contro di noi.

Lucenti: Libri horror 2019

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Libri horror 2019: Lucenti, Uduvicio Atanagi, illustrato da AkaB, edito da Eris Edizioni

In quel paese perso nella campagna toscana si dice che i Lucenti siano sempre destinati a tornare lì, a quel podere, inesorabilmente trascinati da qualcosa di più grande di loro. Si dice anche che Mino, il ragazzo dei Serrani, passi gran parte delle sue giornate immerso nelle pozze di fango, invece che giocare con gli altri ai videogiochi. Lucio invece sparisce all’interno del bosco per giorni interi e quando ritorna i suoi vestiti sono lacerati. C’è come una forza che agisce su quel paese, qualcosa che c’entra col bosco e che non fa crescere più nulla in quei luoghi; forse quel paese è davvero maledetto. Irma, una delle anziane che vive lì, racconta storie di donne che portavano il suo stesso nome. E poi c’è il buio, anche quando la luce lo nasconde, mosso da una forza insaziabile. Le generazioni si danno il cambio, le epoche scorrono, ma una cosa sembra non cambiare mai: la volontà di un uomo non sarà mai abbastanza, le sue radici lo tratterranno sempre nella terra che lo ha creato.
Mino nel fango sfugge da tutto, fino a quando in paese non arriva una estranea dallo sguardo familiare. A quel punto, forse, l’abbraccio intenso di quel fango non gli basterà più per sentirsi protetto.








La trasmissione dei fantasmi

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Ci nutriamo di fantasmi, o forse sono loro a nutrirsi di noi.
I fantasmi originali, la forma zero potrebbero essere forme esterne, strutture cognitive che si muovono svuotate al di fuori di noi, o forse incluse, parte integrante della nostra struttura.
I fantasmi non sono eterni, alcuni di loro muoiono nel corso del tempo, la loro forza si spegne, si logora. Alcuni sono morti subito, mentre nascevano, alcuni ci trasformano in cimiteri viventi, condannati a portarne le carcasse svuotate, altri vivono fino a che trovano un organismo ospite, una cultura, una lingua dove abitare come gusci psichici.
Chi legge un fantasma gli permette di prendere forma, radicarsi nella sua struttura biologica, innestarsi nella sua struttura energetica.
Alcuni organismi ospite assumono il ruolo riproduttivo. Sono i medium, i sensitivi, coloro che cercano senza sporcare lo stampo, attenti a riportare tutto il possibile, attenti a non romperlo col loro ego.
Questi individui replicano il fantasma donandogli nuove incarnazioni, esponenziali possibilità di mutazione e riproduzione.
Boy, Pedro, Sebastian, Lucio, i nomi che gli diamo, non sono altro che involucri che li contengono. Un mezzo di trasmissione che gli permette l’innesto, e eventualmente la riproduzione.
Forse la nostra funzione è quella di servirli, forse loro vivono per noi e noi per loro. Forse senza di loro non saremmo niente. Finiamo per amarli più della nostra vita, la loro realtà scende come una nebbia, si addensa, si incastra alla nostra.
Ci dormono accanto, ci seguono per mano nei sogni.
Li definiamo e siamo a nostra volta definiti dalle loro forme spettrali, l’apparizione di un volto notturno, l’emergere di un pallore bendato dall’oscurità primordiale che abita il sonno, il dormiveglia, la paralisi, l’oobe.


La malattia - Sepolta - Studi




Si svegliò senza dolore.
Per sedici anni, la ragazzina aveva conosciuto soltanto quello. La malattia, la sofferenza l’avevano portata a superare le soglie della percezione, iniziandola ai misteri della devastazione, facendole desiderare la morte, facendole soppesare più volte il rasoio come quella volta che l’uomo bussava sempre più forte, che poi aveva sfondato la porta del bagno e l’aveva presa a schiaffi, che dopo l’aveva abbracciata e si erano messi a piangere insieme.
E adesso non c’era più. Ci mise un po' per capirlo. Sentì vuoto alla pancia, poi in faccia. Si immaginò come un osso di uccello, un involucro con niente dentro. È andato via, pensò. Ma dove?
La testa le prese a girare, gli arti si intorpidirono tutti mentre dallo stomaco le risaliva una massa di angoscia. Era come se la malattia la avesse definita fino a quel momento, come l’avesse scolpita, dandole forma, lasciandola esistere. Adesso davanti a lei si estendeva una vastità amorfa. Un niente che cadeva come le cadevano le bende di dosso, che poi cresceva come le pupille che si dilatavano davanti allo specchio, riflettendo infinite forme di lei che si riflettono più infinite dentro lo specchio, la sua pelle diafana priva di pustole, le labbra del colore di un verme, però senza croste, labbra che forse qualcuno avrebbe potuto baciare, magari vampiro, magari l’uomo, magari le avresti baciate anche tu.

Morticina

https://blinddetermination.tumblr.com/


Attendeva il momento giusto, quello che senti una scarica elettrica al cuore e capisci che è quello giusto.
Allora si sarebbe alzata, sì. Avrebbe spalancato le finestre, si sarebbe buttata nel sole, senza paura, avrebbe affrontato il mondo che la aspettava là fuori. Avrebbe buttato le pasticche nella spazzatura, Sertralina, Xanax, En, tutto via a pacchettini, a coriandoli, bisogna uscire, dai forza, lo senti?
Bastava solo aspettare e lei aspettava, in silenzio, seduta sul letto, che ormai puzzava di corpo, di sudicio, di sudore, i libri accumulati lì accanto che le riusciva vedere solo le copertine, la musica morta, le voci che non dicevano più niente, svuotate, che non scaldavano nulla, vibravano e basta, come la gola di un morto, come una cosa che dall'altra parte non c'è la vita.
Aspetterò ancora un po', pensò. 
La stanchezza le fece un bozzolo addosso, l'ansia le succhiò via la forza dalle braccia e le gambe, le chiuse gli occhi. Solo cinque minuti. Pensò, devo solo aspettare.