Faccia di Teschio incontra Vampiro poco dopo la trasfusione - Bianchissima, terza revisione

Lui la guardò triste, sembrava essersi un po’ ripreso, ma si vedeva che era debolissimo, e Faccia capì perché per poco Mostro non l’aveva ammazzato e anche perché era stato sopraffatto da Gnomo. Stava male, come non era mai stato, perché nonostante tutto, anche loro, come me, come te, pensavano di vivere in una specie di eterno presente, dove anche se sai che devi morire non muori mai, e dove tutto quello che ami rimane in eterno, non riesci a credere che lo perderai. 

DIMMELO. 

Chi è che urla? Di chi è questa voce, questo strillo nasale che esce dalle viscere di uno scheletro. Chi possiede una gola così grossa? Chi è così disperato da lanciare una lama che taglia la notte, che gli rispondono gli uccelli lontani, a stormi che adesso volano bassi come sciami di mosche, che si posano sui fili della corrente, sulle antenne dei cellulari, che contemplano le distese di uccelli morti nel bosco che nessuno ha ancora visto, che le troverà un cacciatore, tra giorni, che li osserverà, chiedendo smarrito al cielo come se il cielo potesse rispondere, e sarà solo buio.

L'ospedale, Bianchissima, estratto


Nel piazzale dell’ospedale, l’uomo catalogò uno ad uno i suoi talismani. Studiò con nostalgia i più antichi e preziosi, in particolare la lettera dell’assistente sociale. Pensò di potere ancora andare, ammantato di buio, scomparire dopo aver stretto il patto, lasciare le ragazzine, Sepolta, dimenticare ogni cosa. Lo pensò più che altro per far finta di decidere lui, per trovare la forza di muovere un altro passo.

L’ospedale incombeva sopra di lui e guardandolo, la sua forma gli fece venire in mente un enorme chiodo, sovrappensiero cercò un gigantesco martello che ne colpisse la cima, con l’amigdala trovò invece la mano, al centro del quale si conficcava.

Entrò dentro, salutando con un cenno l’infermiera del turno di notte. La donna lo guardò come capisse ogni sua emozione e per un attimo lo zio provò il desiderio di fermarsi, di dirle tutto, mettersi a piangere, lasciarsi stringere e piangere ancora.
Si infilò dentro a un corridoio, trovandosi a camminare tra le file di moribondi, dita grinzose che lo toccavano, unghie dei piedi che lo artigliavano, come avanzasse nella terra dei morti, come lo accogliessero, lo conducessero dentro alla malattia. Sentì la febbre salirgli, la fronte scottare, pesargli sugli occhi. Continuò a camminare per corridoi interminabili, respirando l’odore di chiuso e di marcio, scoprendo per la prima volta la reale estensione dell’ospedale.

Trilobiti, Bianchissima, estratto

 


Bianchissima raggiunse il letto come un fantasma, ci si rannicchiò dentro senza levarsi le bende. Lo zio rimase sul divano ad osservare la terra senza confini, una distesa disabitata, animata solo da forme primordiali, il loro pensiero in una lingua insettoide e animale, un suono gutturale che conteneva in potenza ogni cosa, vide le cinque estinzioni, sfiorando con le dita il portafoglio vuoto, lo zigomo tumefatto, la crosticina tra la guancia e la palpebra.
Quella notte sognò di essere un trilobite anche lui, nuotava dentro a un mare nero, privo di qualsiasi forma di vita, la prima forma oceanica, la prima massa di acqua popolata soltanto da putrescenza, alghe che si tendevano come dita mangiate dai pesci. La sua mente era fredda, il suo corpo durissimo, aveva delle bolle dolorose sotto le croste del guscio e le zampette tutte storte che gli impedivano di nuotare come voleva. Forse era un vicolo cieco, uno di quegli esseri sbagliati che nascono unici, eppure nuotava in quella solitudine immensa, cercando un rifugio, una qualche forma di amore, qualcosa di simile a lui.


Le stelle, Bianchissima, estratto

 Piano piano, i ragazzini e le ragazzine iniziarono a raggrupparsi, a chiudere gli occhi e alzare il mento verso il buio su in alto, a cercare altre mani.

Bianchissima si ritrovó accanto a Scabbiosa, una ragazzina con una malattia della pelle terribile, al suo fianco vide che Gnomo si teneva in disparte, era imbarazzato, forse terrorizzato, gli porse la sua mano bendata, le dita che fuoriuscivano gialle dalle garze sdrucite.
Vampiro indietreggiò, vagò tra i bambini con gli occhi chiusi e alla fine si trovò accanto a Gnomo, lo studiò, poi gli prese la mano pelosa.
Si ritrovarono così tutti lì, sul tetto dell’edificio C dell’ospedale, la città ai loro piedi come una distesa infinita, le mani dentro le mani che si sudavano contro, tremavano, si grattavano i palmi.
Le vedete? Domandò Faccia di teschio.
Cosa? Disse qualcuno.
Come facciamo a vedere con gli occhi chiusi? Domandò un altro.
Io le vedo, squittì Rachitica, una ragazzina che sembrava un uccellino di quelli che muoiono cadendo dal nido.
Cosa vedete? Domandò Braccino.
Anch’io, disse esaltato Ciclope, un ragazzo a cui avevano asportato un occhio per una infezione del nervo ottico.
Polletto aprì gli occhi, si guardò intorno, di cosa parlate? Starnazzò agitato. Cosa vedete?
Una ragazza che sembrava piccola ma aveva vent’anni lo osservò per un attimo, gli fece cenno col mento indicandogli il cielo, sorrise e poi chiuse ancora gli occhi.
Quando Polletto si mise di nuovo in posizione, gli venne quasi un infarto. Dentro alla testa, aprendo delle altre palpebre dentro al cervello si ritrovò a contemplare un miliardo di stelle.
Una galassia sconfinata si contorceva nel cielo, stelle mai viste, costellazioni impensabili, puntini di pura luce circondati da nebulose violacee, gialline, masse di blu intenso, colori metallici e oscurità assolute.
Sono… sono… disse una voce femminile.
Sono bellissime, disse un pigolio dal fondo del gruppo.
Bianchissima si riempì di gelo, sentì la mano viscida di Gnomo stringere forte la sua, come se si reggesse, come quel cielo potesse risucchiarlo, catturarlo dentro alla sua atmosfera. Il dolore, la sofferenza, il suo strato di solitudine che adesso prendeva forma come un sacchetto in testa che ti toglie il respiro, si disciolse dentro alla vastità di quel cielo, liberando emozioni purissime, masse incrostate dentro al torace che si dissolvevano come il calcare in quelle pubblicità delle pastiglie per la lavastoviglie. Un grande gelo la accolse e poi diventò un grande calore, un senso di libertà che la terrorizzava.
Un vento leggero attraversò i loro corpi, un tremore, simile a un brivido gli scivolò sulla pelle. Sotto a miliardi di pianeti e triliardi di stelle, continuarono a tenersi per mano, se le strinsero ancora più forte.

La magia, Bianchissima

Poi, all’improvviso, l’effetto della droga si affievolì, facendoli tornare nel mondo. Cioè non lo fece all’improvviso, ma a un certo punto Soffietti si sentì più normale, e sentì il peso del turbante sul collo che gli indolenziva la muscolatura, il sesso che gli doleva, un pizzicorio all’intestino e un prurito sopra a una vertebra. Si accorse di quanto era stanco e desiderò dormire, spengere tutto, sparire. Non era andata come voleva, ma non poteva sempre andare come voleva, e delle stranezze, delle visioni, cosa importava? Una volta allargato lo spettro della realtà, diventa solo altra realtà, non cambia niente, e una vomitata di ectoplasma lascia il tempo che trova, non colma alcun vuoto, diventa routine come chi vive di profezie o chi è caduto in un inferno sincronico. La più grande magia non cancella alcuna tristezza, la rende solo più immensa, e fa sentire l’universo ancora più vuoto, il cuore più solo.

Bianchissima, verso l'abisso

 Ma se la forza che fino ad adesso Cicero potrebbe aver pensato di ingannare, e forse io stesso, gettandole fumo negli occhi, tessendo parola dopo parola una splendida veste dove intrappolarla, e magari trovandomi costretto a chiedere aiuto a te, e a tutti gli altri te che in questo momento sospeso nel tempo stanno, consapevoli o meno, combattendo la mia battaglia, se questa forza contraria avesse intuito il mio piano, la defezione di Cicero, l’attacco malinconico e fragile del suo avversario, di ciò che più teme nel cosmo, e avesse attivato i suoi agenti, manipolando magari me, infettandoti i sogni chi sa quando, e in che modo, facendoti vomitare degli incubi neri dentro quelli che erano fragili cuori, come Bambina, oh eccola lì, guardala, che adesso deglutisce, che non ha più fiato, socchiude le labbra rossissime, gli occhi grossi che sbattono lucidi, in un misto di eccitazione e terrore. E dietro di lei Gnomo, che arranca, si trascina la Gobba, che la tira per il vestitino senza che lei se ne accorga, guarda i suoi occhi, guarda il momento in cui cambiano, adesso che vede là in mezzo al cerchio, e quella flebile immagine, quello specchio del niente dove noi ci specchiamo, diventa ancora più storta, ancora più nera.

Il motivo per cui c’è ancora luce, Bianchissima

 “Gli prese le mani, e gliele strinse, facendogli sentire forte la chiave nel palmo, le sue dita che erano come una frequenza pesante, gli occhi che ormai grondavano lacrime catramose.

La ragazzina doveva morire, disse Il dottorino. Ma a quanto pare, è stata salvata da una serie di atti insensati, da un amore furioso che nemmeno Il nemico può controllare. Siamo in uno di quei momenti, sull’orlo del precipizio, ma per qualche motivo continuiamo a non cadere giù.”