Quello che succede nell'ospedale, Bianchissima, estratto

“Scoprì quella notte che l’ospedale aveva più di una vita segreta. Da feritoie e buchini, vide una serie di incontri feroci, orge che si consumavano tra medici e infermiere, pazienti paralitici trasformati in giocattoli erotici da fameliche dottoresse. Vide un gruppetto di dottori e membri della sicurezza, violentare a turno una ragazza in stato vegetativo, e ancora gli scatenati rapporti che si consumavano in sala operatoria, dove una possente anestesista faceva giochi di aghi e di vene su infermierette e dottorini che si eccitavano fino ad esplodere in orgasmi stridenti tra clisteri, farfalline e punture”.

L'illusione della scienza

“La fisica dell’universo, le leggi del cosmo e del nulla, sono ben più complesse del concetto di ripetibilità che abbiamo innalzato a divino con il metodo scientifico. La scienza del ripetibile non può comprendere o accettare il caos, ed è nel caos in cui sguazziamo, e tutte le leggi matematiche e le intuizioni dei fisici e degli occultisti, non possono nulla dove non esiste uno schema, dove niente si ripete mai più. 

Mi chiedo come abbia fatto Rut a capirlo, non l’ho sentita pensare il suo piano, forse lo faceva di nascosto anche a me, e a tutti gli altri, forse lo faceva fin da piccolina, quando agitando le pinne era uscita dall’utero magro di Rita, o forse è stato un impulso improvviso, un atto estremo d’amore, l’unica costante, l’elemento che trafigge le infinità dei mondi, che dilaniandosi il cuore, riesce a cucirle insieme”.

Faccia di Teschio incontra Vampiro poco dopo la trasfusione - Bianchissima, terza revisione

Lui la guardò triste, sembrava essersi un po’ ripreso, ma si vedeva che era debolissimo, e Faccia capì perché per poco Mostro non l’aveva ammazzato e anche perché era stato sopraffatto da Gnomo. Stava male, come non era mai stato, perché nonostante tutto, anche loro, come me, come te, pensavano di vivere in una specie di eterno presente, dove anche se sai che devi morire non muori mai, e dove tutto quello che ami rimane in eterno, non riesci a credere che lo perderai. 

DIMMELO. 

Chi è che urla? Di chi è questa voce, questo strillo nasale che esce dalle viscere di uno scheletro. Chi possiede una gola così grossa? Chi è così disperato da lanciare una lama che taglia la notte, che gli rispondono gli uccelli lontani, a stormi che adesso volano bassi come sciami di mosche, che si posano sui fili della corrente, sulle antenne dei cellulari, che contemplano le distese di uccelli morti nel bosco che nessuno ha ancora visto, che le troverà un cacciatore, tra giorni, che li osserverà, chiedendo smarrito al cielo come se il cielo potesse rispondere, e sarà solo buio.

L'ospedale, Bianchissima, estratto


Nel piazzale dell’ospedale, l’uomo catalogò uno ad uno i suoi talismani. Studiò con nostalgia i più antichi e preziosi, in particolare la lettera dell’assistente sociale. Pensò di potere ancora andare, ammantato di buio, scomparire dopo aver stretto il patto, lasciare le ragazzine, Sepolta, dimenticare ogni cosa. Lo pensò più che altro per far finta di decidere lui, per trovare la forza di muovere un altro passo.

L’ospedale incombeva sopra di lui e guardandolo, la sua forma gli fece venire in mente un enorme chiodo, sovrappensiero cercò un gigantesco martello che ne colpisse la cima, con l’amigdala trovò invece la mano, al centro del quale si conficcava.

Entrò dentro, salutando con un cenno l’infermiera del turno di notte. La donna lo guardò come capisse ogni sua emozione e per un attimo lo zio provò il desiderio di fermarsi, di dirle tutto, mettersi a piangere, lasciarsi stringere e piangere ancora.
Si infilò dentro a un corridoio, trovandosi a camminare tra le file di moribondi, dita grinzose che lo toccavano, unghie dei piedi che lo artigliavano, come avanzasse nella terra dei morti, come lo accogliessero, lo conducessero dentro alla malattia. Sentì la febbre salirgli, la fronte scottare, pesargli sugli occhi. Continuò a camminare per corridoi interminabili, respirando l’odore di chiuso e di marcio, scoprendo per la prima volta la reale estensione dell’ospedale.

Trilobiti, Bianchissima, estratto

 


Bianchissima raggiunse il letto come un fantasma, ci si rannicchiò dentro senza levarsi le bende. Lo zio rimase sul divano ad osservare la terra senza confini, una distesa disabitata, animata solo da forme primordiali, il loro pensiero in una lingua insettoide e animale, un suono gutturale che conteneva in potenza ogni cosa, vide le cinque estinzioni, sfiorando con le dita il portafoglio vuoto, lo zigomo tumefatto, la crosticina tra la guancia e la palpebra.
Quella notte sognò di essere un trilobite anche lui, nuotava dentro a un mare nero, privo di qualsiasi forma di vita, la prima forma oceanica, la prima massa di acqua popolata soltanto da putrescenza, alghe che si tendevano come dita mangiate dai pesci. La sua mente era fredda, il suo corpo durissimo, aveva delle bolle dolorose sotto le croste del guscio e le zampette tutte storte che gli impedivano di nuotare come voleva. Forse era un vicolo cieco, uno di quegli esseri sbagliati che nascono unici, eppure nuotava in quella solitudine immensa, cercando un rifugio, una qualche forma di amore, qualcosa di simile a lui.


Le stelle, Bianchissima, estratto

 Piano piano, i ragazzini e le ragazzine iniziarono a raggrupparsi, a chiudere gli occhi e alzare il mento verso il buio su in alto, a cercare altre mani.

Bianchissima si ritrovó accanto a Scabbiosa, una ragazzina con una malattia della pelle terribile, al suo fianco vide che Gnomo si teneva in disparte, era imbarazzato, forse terrorizzato, gli porse la sua mano bendata, le dita che fuoriuscivano gialle dalle garze sdrucite.
Vampiro indietreggiò, vagò tra i bambini con gli occhi chiusi e alla fine si trovò accanto a Gnomo, lo studiò, poi gli prese la mano pelosa.
Si ritrovarono così tutti lì, sul tetto dell’edificio C dell’ospedale, la città ai loro piedi come una distesa infinita, le mani dentro le mani che si sudavano contro, tremavano, si grattavano i palmi.
Le vedete? Domandò Faccia di teschio.
Cosa? Disse qualcuno.
Come facciamo a vedere con gli occhi chiusi? Domandò un altro.
Io le vedo, squittì Rachitica, una ragazzina che sembrava un uccellino di quelli che muoiono cadendo dal nido.
Cosa vedete? Domandò Braccino.
Anch’io, disse esaltato Ciclope, un ragazzo a cui avevano asportato un occhio per una infezione del nervo ottico.
Polletto aprì gli occhi, si guardò intorno, di cosa parlate? Starnazzò agitato. Cosa vedete?
Una ragazza che sembrava piccola ma aveva vent’anni lo osservò per un attimo, gli fece cenno col mento indicandogli il cielo, sorrise e poi chiuse ancora gli occhi.
Quando Polletto si mise di nuovo in posizione, gli venne quasi un infarto. Dentro alla testa, aprendo delle altre palpebre dentro al cervello si ritrovò a contemplare un miliardo di stelle.
Una galassia sconfinata si contorceva nel cielo, stelle mai viste, costellazioni impensabili, puntini di pura luce circondati da nebulose violacee, gialline, masse di blu intenso, colori metallici e oscurità assolute.
Sono… sono… disse una voce femminile.
Sono bellissime, disse un pigolio dal fondo del gruppo.
Bianchissima si riempì di gelo, sentì la mano viscida di Gnomo stringere forte la sua, come se si reggesse, come quel cielo potesse risucchiarlo, catturarlo dentro alla sua atmosfera. Il dolore, la sofferenza, il suo strato di solitudine che adesso prendeva forma come un sacchetto in testa che ti toglie il respiro, si disciolse dentro alla vastità di quel cielo, liberando emozioni purissime, masse incrostate dentro al torace che si dissolvevano come il calcare in quelle pubblicità delle pastiglie per la lavastoviglie. Un grande gelo la accolse e poi diventò un grande calore, un senso di libertà che la terrorizzava.
Un vento leggero attraversò i loro corpi, un tremore, simile a un brivido gli scivolò sulla pelle. Sotto a miliardi di pianeti e triliardi di stelle, continuarono a tenersi per mano, se le strinsero ancora più forte.

La magia, Bianchissima

Poi, all’improvviso, l’effetto della droga si affievolì, facendoli tornare nel mondo. Cioè non lo fece all’improvviso, ma a un certo punto Soffietti si sentì più normale, e sentì il peso del turbante sul collo che gli indolenziva la muscolatura, il sesso che gli doleva, un pizzicorio all’intestino e un prurito sopra a una vertebra. Si accorse di quanto era stanco e desiderò dormire, spengere tutto, sparire. Non era andata come voleva, ma non poteva sempre andare come voleva, e delle stranezze, delle visioni, cosa importava? Una volta allargato lo spettro della realtà, diventa solo altra realtà, non cambia niente, e una vomitata di ectoplasma lascia il tempo che trova, non colma alcun vuoto, diventa routine come chi vive di profezie o chi è caduto in un inferno sincronico. La più grande magia non cancella alcuna tristezza, la rende solo più immensa, e fa sentire l’universo ancora più vuoto, il cuore più solo.