Bianchissima - Rita cerca di far finta di non essere Rita - Uduvicio Atanagi, In corso

La guerra non era mai finita, la guerra è costante e va avanti anche adesso. I figli della luce, a volte li puoi confondere con quelli delle tenebre, e quelli delle tenebre, spesso si travestono da cose luminose, come chi indossa un Cristo per spregio, come i sacramenti fatti male, le cose al contrario. In quel momento, un evento inaspettato, a cui daremo il nome di Rut, esplose come una bomba nel campo di battaglia. In piedi, con gli occhi ribaltati, Rut iniziò a cercare altre luci, cercando la forza necessaria a lottare. Era lei la sorella forte, era lei quella che doveva partire, e Bianchissima il contenitore del male, quello che potremmo immaginare come un respiratore per quel tipo di spazio dove dovevano andare. Non si aspettavano che Rut sovvertisse le regole, che il suo amore fosse così potente e furioso, anche adesso dove nella sua mente regnava soltanto la fame.
La vidi muoversi dentro alla stanza, afferrare e sgraffiare un nemico invisibile, la vidi tirare fuori gli artigli, affondare le zanne, e poi ruzzolare per terra, lottando con i piedi e le mani, tirando artigliate contro alla notte.

Lo zio e la donna dopo la distruzione - Bianchissima, Uduvicio Atanagi, in corso

Riflesso nel vetro, ad angolazioni impossibili, si vedeva il profilo della donna, lo sguardo fisso in un punto, il corpo irrigidito, storto, per stargli lontano. La vide apparire e scomparire sotto a lampioni sbilenchi, accendersi di rosso davanti all’insegna al neon di una tavola calda sperduta, poi scomparire di nuovo, lasciando solo l’immensità nera che adesso era il mondo.
Faceva ancora buissimo quando si accorse della mano poggiata sopra alla sua. La donna continuava a fissare la strada, ma in un gesto impercettibile, lento, si era posata sulle sue dita che stringevano il cambio.
Si ritrovò a deglutire, l’aria che gli mancava.
Si sentì invadere da una malinconia estrema, un senso di tragedia e disperazione. Rivoltò la mano, rovesciandola come un insetto, le dita nervose, terrorizzate, in cerca di appiglio, di agganciarsi alle sue. La strinse forte, senza provare emozioni, nessuna gioia o calore. Continuò a stringerla sentendo gli occhi che si impiastricciavano, il setto che pizzicava, le prime gocce di moccio che illuminate dai vacui lampioni si affacciavano dalle narici, gli penzolavano dalla punta del naso.

L'ectoplasma di Stanisława Popielska


ectoplasma Stanislava popelskia

Stanisława Popielska,  fotografata da Albert von Schrenck-Notzing, 1920.

Soffietti partecipa alla serata nelle ville fiorentine dei Passerini - Bianchissima, in corso

La sensazione che provò infilandosi dentro al cerchio umano, fu che i presenti, lentamente, stessero cadendo in una specie di trance, come se tutti, ad ogni parola, facendo quella specie di ola che li trasformava in un anello vivente, stessero sprofondando in uno stato di ipnosi, abbandonassero le loro esistenze, lasciandosi sopraffare dal sonno, diventando così uno strumento la cui coscienza subentrava alla loro.

Breve storia del Programma Spaziale Italiano, Bianchissima - Estratto

Nei primi anni del duemila il programma lavorò ad alcuni omicidi sensazionali. Persone come Cicero, che sarebbero poi scomparse ingurgitate dal dedalo dei servizi, parteciparono alla scrittura delle sceneggiature di eventi di sangue, omicidi rituali, stragi apparentemente insensate. Gli venivano affidati dei personaggi, cittadini comuni che adesso diventavano pedine della loro narrativa. Alcuni di loro si affezionavano alle loro storie, non capivano se quello che mettevano insieme, era una cosa come quella dei medium, o se erano loro a influenzare gli eventi, se quelle persone sarebbero state poi manipolate e attivate da altri reparti del programma. Per evitare l’effetto transfert, vennero creati dei mazzi di tarocchi speciali, che se guardi bene li puoi trovare ancora da qualche parte, tra Siena, Mostruosa, Sepolta. Alcuni degli ufficiali che lavorarono al programma, finirono comunque per immedesimarsi con i loro protagonisti, ne diventarono morbosamente attaccati, tanto da fare dei passi falsi, seguirli, avvicinarli, provare a avvertirli. Un’empatia fatale, contro la quale vennero prese delle misure contenitive da parte della divisione Controllo.
Era l’epoca delle ville, delle file di macchinoni che abbagliavano gli animali notturni mentre squarciavano con i fari il fitto dei boschi, e di quei fatti che avvennero in quelle comunità rurali, che poi comunità rurali non erano. L’edificio, diventò in quegli anni lo strumento di propaganda, l’altoparlante che raccontava una narrativa speciale, modificando eventi che erano già successi, creandone altri per fini di cui nemmeno membri di spicco come il Barone Spedalieri, ancora oggi, riescono a comprendere la portata.

Rita, Bianchissima - Estratto

Quando provò ad ammazzarsi non se ne accorse nessuno.
Lo fece un giorno che i suoi non c’erano. Erano usciti con suo fratello, forse per una visita medica, o per comprargli un giocattolo, non lo sapeva.
Quel giorno girò per la casa in mutande, camminando scalza sul pavimento sudicio che la sua mamma non aveva pulito, perché iniziava a non fare le cose, come se quella stanchezza fosse ereditaria, come fosse al contrario, che il male dei figli ricadeva sui genitori.
Si spogliò nuda, e giocò con la luce bluastra che arrivava dalle finestre, guardando i giochi che faceva sopra le dita, sopra le braccia, come le esaltava i peli, come i peli creavano delle ombre sopra la pelle.
Si provò a masturbare guardando una foto su un giornale di gossip, poi smise, mangiò lo yogurt, la maionese, le merendine, poi si mise a sedere in terra, rise forte e poi pianse, il naso grosso che si arrossava, i denti da cavallo che si mostravano mentre le labbra lasciavano un luccichio di bava sulle gengive. Prese la testa tra le mani, rise di nuovo, poi singhiozzò, e spalancando gli occhi si mise ad urlare.

Lo zio e il custode vanno a prende l'archivista - Bianchissima, in corso

“Lo disprezzava, fin nel profondo, gli faceva uno schifo paragonabile solo a quello che poteva provare guardando uno specchio. Era come se il custode fosse la forma completa di certi suoi istinti, una figura intollerabile che gli scatenava un rigurgito dentro.
Eppure, quella vicinanza oscena, quel grattare sempre più insistente con il quale adesso si faceva sanguinare la pustola dietro all’orecchio, quegli sguardi servili dal basso verso l’alto, seguiti da un sorriso da bimbo che faceva prima di sistemarsi gli occhiali giganti, dentro allo zio provocavano anche una cosa più luminosa, una sensazione difficile da descrivere ma che gli dava un qualche conforto, come se fossimo stati creati per quello, per creare legami, di qualsiasi genere fossero, gettare delle corde nel vuoto, sperando che qualcuno ne prendesse una, che la usasse come un appiglio, se la legasse in vita, e magari ci aiutasse ad emergere pure noi, a non affogare.”