Bacio di spettro - Estratto



"I loro occhi però cambiano velocemente, come se prima non fosse entrato nessuno e adesso finalmente vedessero, io lo so, perché so che questa trappola vecchia che mi avvolge, i resti inariditi di quello che ero portano ancora l’impronta di quello che sono stata, non sono cambiata, mi sono solo svuotata.
È come quando mi guardo allo specchio e cerco mia madre e mio padre, li cerco nei lineamenti, in un pezzo di osso, una grinza, ecco è così, queste labbra aspre, questa fattezza di sputo nasconde le labbra carnose di quello che ero, gli occhi ingrigiti ormai opachi, da qualche parte hanno ancora la luce degli occhi che avevo... e allora desiderano, perché quella luce la bramano ancora, perché è passata, ma brillava così forte che il suo barlume si agita ancora.
Spiego le ali, il mio vestito mi avvolge come una spirale di seta. Quella che vedono entrare, mentre la loro mente dimentica la decadenza, si scorda la vecchia che gli è parso vedere, quella che davvero vedono entrare non sono più io, adesso davanti hanno Ursula Kramer.
Ed ecco che quando socchiudo la bocca loro vedono di nuovo ogni singola scena, ne rivivono l’istante, la pellicola si sovrappone alla realtà che adesso pare solo un pallore, una fessura banale.
Tutti quanti, tutti i presenti, davanti ai loro drink appassiti, strizzati nei loro frac ammuffiti, in questo momento stanno rivedendo Bacio di Spettro."

Roberto, mutazione - Palude




C’è un verme dentro al condotto urinario, c’è un serpente nascosto nell’osso sacro,
l’uomo e il ragazzino sono bestie,

adesso urlano,
adesso leccano insieme.

Prima della santità, Palude




Continua a leggere, ti prego, le disse, e si addormentò con la voce calda di Luisa che leggeva cose terribili che però a lui non gli facevano paura, che lui lo rendevano felice.

In quelle parole, nella voce della sorella, gli sembrava di sentire la storia del mondo, di sentire una storia dove nonostante tutte quelle cose che accadevano, nonostante gli abusi e le violenze, nonostante certi bambini dovessero vivere nel terrore e soffrire e morire, nonostante il male fosse sempre forte e prepotente e terribile e arrivasse fino a schiacciarti, a umiliarti a distruggerti, alla fine però il bene vinceva, perché c’erano gli amici e le risate e gli insetti e anche i prati, c’erano i gatti che sarebbero stati i nostri gatti per sempre e i cani che erano i nostri fratelli, perché c’erano le corse a rotta di collo in bicicletta d'estate e le ginocchia sbucciate e gli stecchi e le pietre, e c’erano i patti di sangue e anche gli sputi e le caccole e i sogni,
perché i bambini erano il bene, e quei bambini, lui lo sapeva, anche quando morivano non morivano mai.

Solitudine, Palude



Era forse questo il motivo per cui non avere amici era anche bello. Era triste e solitario e silenzioso, ma nessuno ti poteva fare male, e poi era la forma naturale dell'esistenza. La non solitudine, pensava Teresio, era solo apparenza, era una proiezione di impronte di fantasmi dentro al proprio cervello, si era comunque soli, sempre, anche con gli altri, specialmente quando andavano via e rimaneva il mondo inanimato, e anche i ricordi diventavano come pietre, sassi, gocce d'acqua freddissime che colano via. 


Milena, Albedo, Palude



L'acqua scivolò sul corpo nudo di Milena, le gocce fredde correndo nelle loro scie, disegnarono forme e geometrie sulla sua pelle bianchissima.
Si guardò i seni, si guardò l'ombelico, l'acqua della doccia che curvava seguiva morbida i lineamenti della pancia, scendeva sul sesso, fino a sgocciolare tra le gambe, sopra i piedi.
L’acqua toccava e schizzava anche sopra quelle piccole protuberanze, le rivestiva di una pellicola trasparente, quei piccoli tentacoli che adesso si muovevano agitati tendendo verso l’alto come piante, crollando poi verso il basso, ondeggiati come le alghe sul fondo del mare.
Era il suo segreto, era la sua nuova forma che era uscita fuori da dentro di lei, che le aveva dato le sue vere fattezze o un accenno alla sua essenza, la sua mutazione verso forse quella bianchezza a cui anche Milena, con le sue cellule ambiva. I tentacoli erano sbucati lentamente, prima in accenni, piccole bolle che poi avevano preso lineamenti precisi, avevano iniziato a muoversi dentro a un prurito. Era stato prima o dopo Teresio? 
Sebastian Barsoldi di sicuro li aveva già visti, li aveva succhiati e ci aveva messo le dita, anche in quelle fessure che si formavano, anche dentro dove le dava piacere.
Quando li toccava lei, di solito provava uno strano bruciore, un bruciore bello, senza vergogna, diverso da quando si masturbava, lo definiva un senso fresco e luminoso, era una cosa sua e bella e anche se lo nascondeva, anche se non capiva la faceva sentire speciale e più forte.

Quel giorno però i piccoli filamenti di carne si muovevano veloci, si agitavano violenti in delle specie di spasmi, poi diventavano duri e delle volte frustavano sulla carne come faceva la frusta di Sebastian Barsoldi. Quando li sfiorava, poi, si avvinghiavano alle dita e bucavano, facevano male e lei si chiedeva se fossero loro a sentire qualcosa oppure se quel movimento, quella tensione non nascesse forse da un suo turbamento.
Guardò in alto verso la doccia e vide una miriade di buchini e poi dei fili bagnati e poi infinite gocce e infinite creature che si muovevano fetali dentro alle gocce, poi si toccò la gola e si rese conto di avere un’ansia fortissima, aprì la bocca, il freddo le scivolò sulle labbra, le entrò dove era più caldo, lei gonfiò la pancia, l’acqua ci scivolò sopra veloce, le gocce si persero disordinate sul pube, soffiò.

Cosa succede? Domandò allora, e la sua voce risuonò sola nella doccia vuota, nello scrosciare argentato, costante, in quella luce biancastra che filtrava dall'alto di una fessura che adesso le accarezzava la carne, i capelli, il sedere rotondo, la parte più bianca, più lattea, delimitata dal segno del costume da bagno.


Immagine: Junji Ito

Il sogno



Poi nello spazio ci trovammo un sogno, oppure quella cosa che poi definimmo sogno.

Era in una zona nascosta vicino alle Pleiadi, per entrarci dovevi passare da una membrana carnosa che aveva il colore del buio e del vuoto. Ti si attaccava addosso, proprio su tutta la tuta e te vedevi questi tentacoli che ti sbattevano sul vetro del casco e ti sembrava di soffocare, ti sembrava che ti toccassero dentro, che ti entrassero nella gola e nel naso, ti davano un prurito strano nel pene come se te lo attraversassero, poi nell'ano e poi a un certo punto eri dentro.

Quello che posso dire del sogno è che tutti parlano delle cose che si vedono bene nel sogno. Dovrebbero provare invece a guardare negli angoli, a girarsi velocissimo e guardare quei punti dove non c'è quella cosa che copre il sogno, oppure quelle aree che non si sono ancora formate, che sono vuote e poi brulicano.

Durante l'esplorazione del sogno perdemmo tre scienziati, alcuni di quelli perduti poi li rivedemmo dentro, erano diventati parte del sogno, però non sapevamo se erano loro davvero oppure se era come un'ombra, una cosa che era rimasta lì che però un po' erano loro.

Poi prelevammo dei campioni, ricordo che quando lo tagliavamo col bisturi il sogno gemeva, gli facevamo male. Ricordo delle cose che erano vive, che quando le mettevi nei barattoli si continuavano a muovere e a fischiare e picchiettavano contro al vetro tutta la notte e non smettevano mai e un giorno le liberammo per fare una gara a quel'era più veloce, come si faceva delle volte con gli scarafaggi.

Quando tornammo sulla terra ci dissero di non parlarne con nessuno, ci dissero anche che si era mosso un reparto intero dell'NSA per scoprire di chi era quel sogno e per capire quanti altri sogni ci fossero nello spazio e se questo fosse o meno un pericolo per la sicurezza nazionale.


Quello che però mi chiedo certe volte, magari certe notti che non riesco a dormire e che mi sembra di sentire ancora quella cosa che picchietta contro al vetro o contro al cervello. Quello che mi chiedo è se siamo mai davvero tornati oppure se forse siamo ancora nello spazio dentro al sogno, oppure ci siamo sempre stati, non ci siamo mai mossi di lì, e lo spazio magari non era neanche lo spazio.

Roberto, Palude, revisione



Quando finalmente arrivò alla periferia bussò ancora alla stessa porta e vide ancora lo stesso uomo.

Attese, pagò, e quando entrò nell'antro rosso vide di nuovo la carne, le mutandine da poco rosa che nella luce diventavano rosse, il reggiseno troppo stretto che lasciava segni indelebili nella pelle rosea, le labbra carnose giovani, gli occhi tristi e svuotati ma che nascondevano ancora quella giovinezza, quella piccola luce vitale che più di ogni altra cosa lui desiderava. 
Avrebbe voluto leccarle gli occhi, o succhiarglieli via, succhiare la luce, mangiarsela. 
Avrebbe voluto che lei forse prendesse qualcosa, un pezzo di vetro, una lama e gli tranciasse via la gola, e allora cadendo a terra in tutto il suo peso lui avrebbe guardato i piedi di lei, li avrebbe sfiorati con la punta delle dita o con le labbra, baciandoli, poi lei avrebbe camminato sopra al suo corpo, sul suo torace villoso, sulla pancia gonfia. L’avrebbe calpestato, i piedi di lei morbidi e freddi sulla sua pelle scurita, i piedi di lei nel sangue di lui a impiastricciarsi, a fonderli insieme. Se la immaginò chinarsi, mettergli un dito sulle labbra e dirgli shhhhh, carezzargli i capelli, poggiarselo sopra la cosce indurite, sul femore duro, lasciare il suo dolore, la sua colpa fluire nel sangue come un respiro.