Pidocchiosa si sveglia nel bosco, Mostruosa, in corso





E poi pianse, pianse in un modo gigantesco, insopportabile, in quel modo in cui piangono certi dei, Dio, tutti gli esseri immensi. 
Pianse così forte che gli alberi si sentirono male e iniziarono a tendere i loro rami verso di lei scricchiolando, violandosi i corpi spezzandosi tutti e storcendosi. 
Il dolore le usciva dalla voce, dagli occhi, dalle narici piene di moccio e di sale, inondò l'aria, emanando con una forza tale che tutti gli animali, predatori e prede, e insetti, e vermini e formiche, si avvicinarono annusando una sofferenza così assoluta che non potevano razionalizzare, che li spaccava dentro portandoli a urlare, a miagolare a frinire a grugnire fortissimo.
E mentre Pidocchiosa buttava fuori tutto lo sgomento, i litri infiniti di liquame e dolore che aveva accumulato per lunghissime notti, mentre si tirava i capelli fino a strapparseli e la testa le si imperlava coronandosi di macchie rosse di sangue rossissimo, allora dal bosco si udì fuoriuscire un rombare. Un suono che era massa e legione, un suono fatto di innumerevoli voci, voci di insetto e voci di talpa, voci di falena e di grillo, voci di cane, di lupo di bestia, voci urlanti e strazianti e straziate, che  rotolarono grosse per la vallata, travolgendo Mostruosa, arrivando a echeggiare fino alle montagne che affogavano l’aria, l’universo, l’amore, l'ultima traccia dell'ultima luce dell'ultimissima stella. Dove poi esplosero disperdendosi da tutte le parti, impregnando la terra di minuscole cose, di sangue, batteri, vagiti, forme assolute che contenevano dolore purissimo, la primitiva forma  essenziale che avrebbe generato la vita.

Pidocchiosa e Michele Lera, Mostruosa, Estratto



“Adesso, nella luminosità tenue la deformità del suo viso si accentuava, aveva un occhio nero, gonfio, e uno zigomo tutto sciupato. Era brutto, mostruoso, e questa sua deformità improvvisa palesava in lei l’amore. Avrebbe leccato quel tetro bubbone, avrebbe baciato il sopracciglio spaccato carezzando con la lingua la fenditura dentro la carne. Lo aveva preso e infilato dentro, aveva avvolto la sua figura e se ne era fatta una sua dentro al petto. Era questo che li teneva vicini, una cosa che avveniva per imitazione, era quel piccolo Michele Lera dentro di lei che le permetteva di accedere a quello vero; e lei quello vero, nonostante il male, nonostante si odiasse e si sentisse sconfitta anche solo per provare a pensarlo, lei lo amava.”

La trasmigrazione di Madame Feval, Mostruosa, Estratto


“Seduta nel suo salone, adesso Madame Feval non sorrideva più.
Fuori, la città giaceva addormentata simile a un morto, nessuna luce brillava più in nessun luogo, nessun rumore osava interrompere quel sublime rombare, far scricchiolare anche un piccolo ramo, farsi scoprire. Restavano solo i profili aguzzi degli alberi, fittissimi, privi di vita, le linee possenti delle montagne simili alle zanne tremende di un Dio, e poi l’appiccicume dell’estate abbondante che ritardava ad arrivare gonfiando, esalando i suoi fumi dentro al ventre stracolmo del cielo.
La donna vibrò, battè i denti, la tazzina scivolò dalle dita, esplose per terra tintinnando, annaspando, e Madame Feval si ritrovò in piedi, tremante, le labbra invecchiate che sbattevano veloce in preda a una paura antichissima e pura.
Non è possibile, fischiò fuori dai denti mentre la mano
avanzava lentissima in direzione della sottana, una mano bianca, spettrale che pareva accendersi di una luminosità opaca, simile a un latte evanescente, emanata da dentro le ossa.
Non è possibile, farfugliò ancora, la voce che si spaccava in tantissimi minuscoli pezzi, tictictictintintin, le gocce che colavano rosse lungo le cosce appassite, sopra la pelle bianca, ammosciata e svuotata del tempo, accarezzando le vene violacee fino a scivolare per terra sui piedi nudi, circondando i talloni, formando una piccola macchia color rubino fatta di sangue vivo, uterino, che risplendeva accecante dentro l’oscurità.”

Mostruosa, pg.76, estratto



Mostruosa, pg.76, estratto, in corso
“Quando lo senti con i nervi, le sinapsi, le ossa, usando quelle particelline invisibili che non si sa a cosa servano, ti rendi conto che il male può pensare, che agisce, organizza, e che lo fa perché così é la sua natura.
E allora, mentre si è immersi nel profondo dell’incubo, circondati dalla sua membrana vischiosa, da quel brulicare caotico, nessuno oserebbe mettere in discussione la sua esistenza o magari trovarne una giustificazione, un evento traumatico che lo ha reso tale.
Nel sogno, messi di fronte a quella cosa che chiamiamo male, il primo istinto, primordiale, purissimo, é quello di scappare via.
Qualcuno poi, i più fragili, potrebbero finire paralizzati, lasciarsi prendere, qualcuno potrebbe addirittura cadere di fronte alla sua seduzione, trovarne il piacere segreto, abbracciarlo.
I più coraggiosi però, dopo una fuga furiosa, potrebbero a un certo punto fermarsi, prendere fiato, osservare con facce stralunate la foresta che si espande in ogni direzione, le zone paludose, quella curva fitta dove gli alberi si crescono uno sopra l’altro facendo a spintoni e le radici sembrano le dita di un mostro. Messo alle strette, alla fine, con il terrore che sbatte le ali fortissimo dentro alla testa, qualcuno di questi individui speciali, potrebbe anche decidere di fermarsi e, col cuore che esplode nel petto e una sensazione che non si può descrivere al di fuori del sogno e dell’incubo, mentre le gambe diventano molli e si svuotano, potrebbe anche osare pensare di affrontarlo, tipo come fanno i bambini, quando certe notti ammazzano gli orchi, abbattono i draghi e tutte le cose oscure e crudeli che vivono sotto al letto, nelle cantine, nelle soffitte e in quei luoghi buissimi dove prolifera il male.”

La fondazione della città di Palude, Toscana


Shintaro Kago horror


”Il seme è verde, lurido. Gli uomini lo prendono con la bocca, ci strofinano sopra le labbra, il seme pulsa, si gonfia, finissimi capillari lo collegano con la terra. Dentro la bocca si intumidisce, gli uomini succhiano, strisciano, quelli che già hanno le mani lo grattano con le unghie, il seme allora fischia, da dentro prima verde, poi gialla, comincia a sgorgare l’oscurità.”

La carne dei santi, il patto, estratto



Un tempo sarebbero andati insieme al confine dei campi, con un coltello si sarebbero recisi la carne, per poi lasciare che il sangue sgorgasse sopra la terra.
Così ti riconosceranno, avrebbe detto la vecchia.
Il bambino avrebbe strizzato gli occhi tenendo stretto il braccio, poi il dolore da caldo, piano piano si sarebbe fatto freddissimo.
Mentre il buio lentamente li circondava, mentre la terra succhiava e fischiava, trattenendo le lacrime, allora il bambino avrebbe capito.