Mostruosa, Madame Feval e il professore si perdono nel buio



”Si ritrovò così sola, di fronte a quell’ultimo spettacolo del suo viaggio, auto spettrali che si muovevano sole senza nessuno alla guida, i fari bianchi unica traccia della loro esistenza che diventano flebili luci, che poi svanivano come la luna quando sparisce dietro alla nuvole nere.
Le macchine vagavano incrociandosi, sfiorandosi, si muovevano in direzioni tutte diverse, come non sapessero più dove andare, giravano in tondo senza una meta, cambiavano traiettoria, tornavano indietro. Erano tantissime, adesso poteva vederle, lucine sperdute, un luna park abbandonato con le giostre che non la vogliono smettere di viaggiare, la casa stregata che si accende all’improvviso, le ragnatele finte, le bare che si che si aprono e si chiudono illuminate dai resti di una luce già morta.
Aggrappata al volante, tutta ingobbita e con il labbro inferiore che tremolava, Madame Feval continuò a guidare, l’auto che li traghettava sempre più giù, i fari addormentati dei mezzi fantasma che la abbagliavano, le accendevano il volto, poi scomparivano dentro alla pioggia.”

Pidocchiosa legge la mano a Mattia




"Guardando le linee disegnate dentro la pelle, si ricordò di quando una volta la mamma gli aveva spiegato che una era la vita, una i soldi, una la fortuna, l’amore. E si ricordò che poi, gliela aveva letta anche Pidocchiosa, però gli aveva detto che una era il puzzo di piedi, una le merendine, una le carie e una la magia. Lui aveva quasi riso, proprio in quei giorni in cui le sue labbra erano una luna all'ingiù che nemmeno un montacarichi sarebbe riuscito a smuovere.
Hai la linea delle scuregge lunghissima, aveva detto Pidocchiosa facendo poi una pernacchia, e lui aveva sorriso di nuovo.
Ma perché la magia? Aveva domandato.
Perché è così, gli aveva risposto Pidocchiosa rovesciando i cereali nel fracasso della scodella.
Mattia era rimasto a fissarsi la mano, un po’ come faceva adesso. E allora Pidocchiosa con una voce buonissima gli aveva detto. Perché ce l’abbiamo tutti, anche te, è la magia che ti fa superare le cose più orrende"

Mostruosa, La sepoltura di Pidocchiosa, Estratto


“E pidocchiosa cadde in ginocchio, cadde senza più energie, distrutta dalle emozioni che le spezzavano l’anima.
Ci vuole una forza infinita per perdere tutto, disse il buco.
Quando sarai completamente sola, senza più niente a cui aggrapparti, quando avrai perso ogni desiderio, ogni scintillio di speranza, allora, diventando nulla, riuscirai finalmente a capire. Esistono degli alleati.
Lo guardò ancora, leccando il vuoto per trovarcelo dentro, Gli occhi le si bagnarono tutti, luccicarono smarrendole il cuore. Allora, ciondolando a destra e sinistra, tenendosi forte la gola, Pidocchiosa si accasciò a terra. Io lo amo, frinì tutta rauca.
Poi sbadigliò. No, disse. E si irrigidì cercando qualcosa di elettrico, una forza segreta che aveva nascosto. Ma niente si mosse, tutto finiva, tutto era stanco e sconfitto.
Allora, sotto la carezza di mani decrepite, le palpebre iniziarono la loro lenta discesa.
Pidocchiosa provò ancora a lottare, perché tutti lottano. Tentò in ogni modo di restare sveglia, di alzarsi, corrergli incontro, gridare. Riuscì a muovere ancora un dito, dischiuse le labbra come a dire un’ultima parola d’amore, le parole però si sciuparono, seccarono ai margini della bocca, nella poltiglia bianca dei grumi di bava.
Cadde, piegandosi sopra se stessa, con gli arti che scivolavano piano, che si spegnevano in un defluire del corpo.
Ribaltò gli occhi, la mascella precipitò contro al collo, la saliva scese facendo un filo lunghissimo che si collegò al suolo.
schhhhhhh, bisbigliò Il buco, poi si alzò in piedi, si eresse come un verme eccitato, vibrò facendo vibrare con lui il mondo intero. la raccolse da terra con le braccia che le ondeggiavano morte, sfinita dalla vita, da tutto quello che le era stato tolto, da quello che le era caduto per strada, che non voleva lasciare andar via.
Dormi, disse la voce, adesso dormi, e le soffiò sopra, ricoprendola di un vento tiepido, che le sfiorava la pelle, avvolgendola intera, seppellendola in quella coltre di tenebre.
Scese così il grande sonno.
Buona notte piccolina. Dormi bene. Noi non faremo rumore.”

L'apparizione del Buio, Mostruosa, Estratto





"Eccolo, disse Donato. Lo disse serio come non era mai stato, rapito da quella visione, da quell'errore appiccicato sul mondo.
Lo indicò col dito.
Guardate, ecco, ecco il Buio.
In lontananza, oltre le strade, oltre il diradarsi delle strutture che costituivano gli ultimi ciuffi di capelli rinsecchiti di Mostruosa, oltre le fabbriche abbandonate, dopo i casolari sparsi a caso nelle zone più impervie della distesa di verde appassito, si poteva vedere chiaramente una palla. Una sfera contorta e grumosa di colore nero.
Era enorme, più grossa di quello che da terra si poteva percepire e anche di come se l’erano immaginata certe notti sognando.
La massa di foschia si agitava viva ingoiando di netto una strada, per poi estendersi a dismisura come una mastodontica bolla. L’area che la precedeva da lassù somigliava a una specie di formicaio, un agglomerato di edifici e baracche che si intersecavano, strutture più grandi grigiastre con delle cupole massicce che scintillavano contro il lucore del giorno. Si vedevano poi i grandi stagni che sputavano un gracidare di rane nelle nubi umide che esalavano gialle, poi, quasi invisibili, gli scintillii di quello che doveva essere il lago, quando però il buio vero iniziava davvero, allora non si vedeva più niente.
Quella massa di solitudine se ne stava lì, tutta piena, pulsante a guadagnare terreno, quell'enormità negativa comunicava direttamente con i loro cuori, gli soffiava addosso simile a un vento, gli sussurrava parole cattive dentro alle orecchie riportandoli a una situazione di paura antica, a quello che avevano provato una volta separati dall'unità delle loro mamme, sbattuti nel mondo gelido con la bocca piena di sangue, la placenta come ultimo scudo al dolore che li attendeva"

Pidocchiosa si sveglia nel bosco, Mostruosa, in corso





E poi pianse, pianse in un modo gigantesco, insopportabile, in quel modo in cui piangono certi dei, Dio, tutti gli esseri immensi. 
Pianse così forte che gli alberi si sentirono male e iniziarono a tendere i loro rami verso di lei scricchiolando, violandosi i corpi spezzandosi tutti e storcendosi. 
Il dolore le usciva dalla voce, dagli occhi, dalle narici piene di moccio e di sale, inondò l'aria, emanando con una forza tale che tutti gli animali, predatori e prede, e insetti, e vermini e formiche, si avvicinarono annusando una sofferenza così assoluta che non potevano razionalizzare, che li spaccava dentro portandoli a urlare, a miagolare a frinire a grugnire fortissimo.
E mentre Pidocchiosa buttava fuori tutto lo sgomento, i litri infiniti di liquame e dolore che aveva accumulato per lunghissime notti, mentre si tirava i capelli fino a strapparseli e la testa le si imperlava coronandosi di macchie rosse di sangue rossissimo, allora dal bosco si udì fuoriuscire un rombare. Un suono che era massa e legione, un suono fatto di innumerevoli voci, voci di insetto e voci di talpa, voci di falena e di grillo, voci di cane, di lupo di bestia, voci urlanti e strazianti e straziate, che  rotolarono grosse per la vallata, travolgendo Mostruosa, arrivando a echeggiare fino alle montagne che affogavano l’aria, l’universo, l’amore, l'ultima traccia dell'ultima luce dell'ultimissima stella. Dove poi esplosero disperdendosi da tutte le parti, impregnando la terra di minuscole cose, di sangue, batteri, vagiti, forme assolute che contenevano dolore purissimo, la primitiva forma  essenziale che avrebbe generato la vita.

Pidocchiosa e Michele Lera, Mostruosa, Estratto



“Adesso, nella luminosità tenue la deformità del suo viso si accentuava, aveva un occhio nero, gonfio, e uno zigomo tutto sciupato. Era brutto, mostruoso, e questa sua deformità improvvisa palesava in lei l’amore. Avrebbe leccato quel tetro bubbone, avrebbe baciato il sopracciglio spaccato carezzando con la lingua la fenditura dentro la carne. Lo aveva preso e infilato dentro, aveva avvolto la sua figura e se ne era fatta una sua dentro al petto. Era questo che li teneva vicini, una cosa che avveniva per imitazione, era quel piccolo Michele Lera dentro di lei che le permetteva di accedere a quello vero; e lei quello vero, nonostante il male, nonostante si odiasse e si sentisse sconfitta anche solo per provare a pensarlo, lei lo amava.”

La trasmigrazione di Madame Feval, Mostruosa, Estratto


“Seduta nel suo salone, adesso Madame Feval non sorrideva più.
Fuori, la città giaceva addormentata simile a un morto, nessuna luce brillava più in nessun luogo, nessun rumore osava interrompere quel sublime rombare, far scricchiolare anche un piccolo ramo, farsi scoprire. Restavano solo i profili aguzzi degli alberi, fittissimi, privi di vita, le linee possenti delle montagne simili alle zanne tremende di un Dio, e poi l’appiccicume dell’estate abbondante che ritardava ad arrivare gonfiando, esalando i suoi fumi dentro al ventre stracolmo del cielo.
La donna vibrò, battè i denti, la tazzina scivolò dalle dita, esplose per terra tintinnando, annaspando, e Madame Feval si ritrovò in piedi, tremante, le labbra invecchiate che sbattevano veloce in preda a una paura antichissima e pura.
Non è possibile, fischiò fuori dai denti mentre la mano
avanzava lentissima in direzione della sottana, una mano bianca, spettrale che pareva accendersi di una luminosità opaca, simile a un latte evanescente, emanata da dentro le ossa.
Non è possibile, farfugliò ancora, la voce che si spaccava in tantissimi minuscoli pezzi, tictictictintintin, le gocce che colavano rosse lungo le cosce appassite, sopra la pelle bianca, ammosciata e svuotata del tempo, accarezzando le vene violacee fino a scivolare per terra sui piedi nudi, circondando i talloni, formando una piccola macchia color rubino fatta di sangue vivo, uterino, che risplendeva accecante dentro l’oscurità.”