Mosturosa, Estratto


"Vista da lontano, la città ricordava un volto, la pelle butterata di case, l’infestazione acneica della vegetazione, e poi cicatrici di strade, i denti che uscivano dalla bocca ghignante, il pomo d’Adamo, aguzzo come una lama, i seni orrendi, abbondanti, spioventi, che gli abitanti chiamavano monti.
C’era tutto, c’erano unghie e dita dei piedi, c’erano orecchie, peli del naso, lunghi capelli che le cadevano sopra le spalle, due occhi aberranti, e pupille che erano abissi. Mostruosa si ergeva, facendo scordare che ci fosse un mondo là fuori, e il mare, quel mare che tutti cercavano, era per lei una pozzangheretta dove sciacquarsi i calli, rinfrescarsi i piedi d'estate."

Mostruosa, La Terza Sorella, estratto


Schhhhhhh, bisbigliò Il buco. Poi si alzò, allungandosi nell’infinito, si eresse come un verme eccitato, vibrò facendo vibrare con lui il mondo intero.
La raccolse da terra, sfinita da quella vita, da tutto ciò che le era stato levato, da quello che aveva perduto.
Dormi, le disse la voce.
Adesso devi dormire.
Soffiò, e dalle sue labbra di stelle scivolò fuori la notte, come un velo le si distese sul corpo, ricoprendola nella sua coltre, accompagnandola giù nelle tenebre. 
Fu solo allora che Pidocchiosa si arrese davvero, si abbandonò, addormentandosi nel suo sonno più nero.



Buona notte piccolina. Dormi bene.
Noi non faremo rumore.

Mostruosa, Il sabba di Pidocchiosa, estratto

"Tutto volava, tutto esplodeva, tirava un vento che non si era mai visto, una tramontana spettrale dove sfrecciavano di sicuro terribili streghe, succubi, incubi, diavoli di ogni genere. E nella tempesta Pidocchiosa danzava il suo sabba esibendosi in scatti mostruosi da ragno ammazzato, il corpo tempestato di orgasmi, la gola spezzata dalla quale fuoriusciva un intero universo fantasma."
Mostruosa, Il Sabba di Pidocchiosa, estratto.

Famiglia, Mostruosa, estratto



"Le piaceva anche Mattia, quel ragazzino che per qualche motivo era amico del professore, e anche la sua mamma, e con un dolorino al petto tipo una angina, osava anche azzardare, in punta di piedi e bisbigliando pianissimo che quella magari, che ne so, facciamo finta in un sogno, potesse trasformarsi in una famiglia. 
Un surrogato di babbo, un surrogato di mamma, un fratellino con cui ridere e litigare, a cui insegnare a non farsi pestare e a rubare i soldi dal distributore di scuola.
Ecco l’ho detto.
Era questo il suo grande segreto, aveva un sogno che sognava a occhi aperti.
E quando erano tutti insieme, per esempio quando erano andati a mangiare il gelato, o a cena, o quel giorno sui monti, le era sembrato diventare vero. Allora, nonostante un presentimento, la percezione dell’imminente rovina, Pidocchiosa si era sentita un pochino felice."

Tenebre, Mostruosa, revisione.



"Quella notte, consapevole o meno, ognuno di loro era sceso a patti con una forza segreta, un’oscurità strisciante così grande che non c’era modo di descriverla o immaginarla se non per sembianze, per simboli.
Una cosa di cui abbiamo ogni tanto un sentore, in certi momenti di improvvisa e selvaggia paura, una cosa che loro avevano visto nei sogni, quando scappavano guardandosi le spalle terrorizzati, cercando di correre con le gambe che non si muovevano o si muovevano a una lentezza lunare, certi di essere inseguiti, consapevoli di ciò che gli dava la caccia, che era lui stesso la sostanza del sogno". 

Mostruosa, Madame Feval e il professore si perdono nel buio



”Si ritrovò così sola, di fronte a quell’ultimo spettacolo del suo viaggio, auto spettrali che si muovevano sole senza nessuno alla guida, i fari bianchi unica traccia della loro esistenza che diventano flebili luci, che poi svanivano come la luna quando sparisce dietro alla nuvole nere.
Le macchine vagavano incrociandosi, sfiorandosi, si muovevano in direzioni tutte diverse, come non sapessero più dove andare, giravano in tondo senza una meta, cambiavano traiettoria, tornavano indietro. Erano tantissime, adesso poteva vederle, lucine sperdute, un luna park abbandonato con le giostre che non la vogliono smettere di viaggiare, la casa stregata che si accende all’improvviso, le ragnatele finte, le bare che si che si aprono e si chiudono illuminate dai resti di una luce già morta.
Aggrappata al volante, tutta ingobbita e con il labbro inferiore che tremolava, Madame Feval continuò a guidare, l’auto che li traghettava sempre più giù, i fari addormentati dei mezzi fantasma che la abbagliavano, le accendevano il volto, poi scomparivano dentro alla pioggia.”